INTERVISTA: DOTT. VALENTINA GIGANTE PSICOLOGA A BORDO DELLE NAVI CORSICA SARDINIA FERRIES

INTRO: Dott. Valentina Gigante, Psicologa di bordo originaria di Venezia, città millenaria che sorge dal mare ai traghetti di Corsica Sardinia Ferries, per migliorare la qualità di vita del personale di bordo e per il costante innalzamento dell’esperienza di viaggio dei passeggeri.

Come è iniziata la tua carriera? Dagli studi al lavoro a bordo, raccontaci le tappe del tuo percorso?

La mia carriera nasce da una curiosità profonda per il comportamento umano nei contesti complessi, e dalla scelta precisa di portare la psicologia dentro uno degli ambienti più affascinanti al mondo, quello marittimo. Un contesto psicologico straordinario, un laboratorio umano unico.

Dopo la laurea in Psicologia Sperimentale ad indirizzo Neuropsicologico, quindi un background in Neuroscienze e un lungo percorso fatto di studio, ricerca ed esperienze internazionali, ho capito che il mio lavoro avrebbe avuto grande utilità nei contesti ad alta intensità dove le persone vivono e lavorano sotto pressione e i fattori umani, la gestione dello stress e le dinamiche di gruppo sono cruciali.

Sono entrata nel settore come psicologa, in ruoli operativi che mi permettessero di osservare da vicino dinamiche, punti critici e reali bisogni psicologici di chi vive e lavora in mare, occupandomi di benessere ma anche di analisi dei comportamenti, dinamiche di leadership e processi decisionali, con un impatto diretto sull’esperienza dell’equipaggio e, di riflesso, del passeggero.

Da vari anni navigo ideando protocolli di supporto psicologico ed interventi specifici trasversali per migliorare la comunicazione, il benessere e le performance nei team di bordo.

Nell’ultimo periodo il mio percorso, che ha avuto anche una forte risonanza mediatica, mi ha portata a sviluppare un metodo personale fatto di operatività, formazione e ricerca. Il mio lavoro è stato raccontato da radio, stampa e TV nazionali, contribuendo a portare per la prima volta la psicologia marittima all’attenzione di un pubblico più ampio ed eterogeneo.

Collaboro anche con gli Istituti Tecnici Superiori (ITS Academy) del settore marittimo, dove formo i futuri ufficiali preparandoli dal punto di vista comportamentale e mentale.

Porto avanti anche un progetto divulgativo radiofonico che racconta la vita di bordo da una prospettiva psicologica; il prossimo passo sarà un road show nazionale, pensato per portare questi temi fuori dalle navi e dentro le aziende, le scuole e le istituzioni, e un ulteriore sviluppo della ricerca sull’interazione uomo–macchina, nel contesto di bordo, osservata dal punto di vista neuroscientifico, un tema sempre più centrale nell’evoluzione della navigazione e dei sistemi automatici.

L’obiettivo è portare la psicologia a dialogare seriamente con l’innovazione tecnologica, contribuendo a rendere la vita e il lavoro in mare più sicuri, più sostenibili e più umani. Nell’attività di consulenza e formazione altamente specialistica per le compagnie di navigazione, seguo un obiettivo chiaro: fare della psicologia marittima una risorsa concreta e integrata nei sistemi di bordo. Il mio percorso è iniziato a terra ma è in mare che ha trovato la sua identità.

Non è certamente convenzionale, ma è coerente nel voler portare la psicologia là dove conta davvero: nei luoghi in cui le decisioni si prendono in tempo reale e il fattore umano fa la differenza.

La tua giornata tipo a bordo? Dalla sveglia al pigiama..

La mia giornata tipo, a bordo, non è mai identica alla precedente, ma segue un ritmo e una struttura coerenti fatti di presenza, disciplina e ascolto.

La sveglia arriva presto e un paio di minuti prima del caffè mi prendo un momento per tarare la giornata prima che inizi il flusso operativo.

A bordo il clima emotivo cambia rapidamente, e intercettarlo al mattino è fondamentale. Il mio primo giro è sempre di saluto all’equipaggio; raccolgo impressioni, osservo i movimenti e lo stato d’animo di chi sta lavorando.

Sono micro-interazioni preziose, spesso più informative di un colloquio formale. Poi inizia il lavoro operativo: briefing, colloqui strutturati, gestione di criticità comunicative ed emotive, osservazione. A volte lavoro sulle dinamiche decisionali, altre su stress e convivenza. Un momento importante della giornata sono i meeting con lo Stato Maggiore.

Discutiamo criticità, andamento dei team, prevenzione dello stress e ottimizzazioni operative. Sono incontri chiave perché permettono di far convergere psicologia, leadership e sicurezza in un’unica linea strategica.

Il mio confronto con i dirigenti di bordo e i capi servizio si muove infatti su un piano distinto: non entro nella catena di comando ma nella catena delle relazioni, dove il mio compito è allineare le persone, non i ruoli Il mio lavoro a bordo è infatti anche strategico: lavorando su KPI umani, comportamenti e dinamiche relazionali, di riflesso migliora anche l’esperienza del passeggero.

Agire con precisione sugli aspetti psicologici e relazionali significa creare team più coesi, una comunicazione più chiara e un servizio più fluido, che si riflette direttamente sulla qualità della vita a bordo e sulla soddisfazione di chi viaggia. Il pomeriggio è dedicato ai report, all’aggiornamento dei protocolli, alle attività di ricerca e all’elaborazione di nuove proposte: il lavoro a bordo è anche progettazione, analisi e costruzione di interventi futuri. La nave, da questo punto di vista, è un osservatorio privilegiato.

A bordo è essenziale inoltre mantenere rituali costruttivi a favore di un equilibrio psicofisico difficile da mantenere in un contesto così intenso. Faccio attenzione all’alimentazione e all’idratazione evitando ciò che appesantisce corpo e mente, fondamentale per mantenere lucidità e resistenza allo stress. Il corpo, a bordo, è uno strumento di lavoro quanto la mente.

La sera è un momento chiave. Dopo un ultimo giro di saluti preparo la programmazione per il giorno successivo e faccio il punto della situazione: pianificazione degli incontri, obiettivi, punti critici, analisi della giornata.

Un altro rituale importante è fissare ciò che ha funzionato e ciò che è da migliorare, per chiudere con lucidità e non farsi travolgere dal ritmo del mare. Il “pigiama” non è un orario ma una scelta: quella di spegnere la mente, anche solo per qualche ora, sapendo che l’indomani la nave, e chi la vive, avrà bisogno di me al meglio.

La giornata tipo a bordo non è mai una routine: è un equilibrio, che per natura è un processo dinamico e in movimento non statico immutabile, e mantenerlo è parte integrante del mio lavoro.

La cosa che ti manca di più quando sei imbarcata?

Mi manca molto il confronto umano profondo. A bordo si parla tanto, si vive insieme, ma raramente c’è spazio per quelle conversazioni che nutrono davvero: scambi intellettuali, riflessioni libere, visioni diverse.

Mi mancano i rituali terrestri: un caffè preso senza guardare l’orologio, una serata a teatro, i vernissage, le conferenze, le cene con gli amici, il lusso di decidere all’ultimo momento cosa fare e con chi. Mi manca anche il silenzio vero, non quello attraversato da rumori tecnici, motori e comunicazioni di servizio. Il mare è vasto e la nave è un organismo che non dorme mai, e qui impari quanto il silenzio sia una risorsa rara e preziosa.

Allo stesso tempo, queste mancanze sono ciò che ti rafforza. Il mare ti toglie il superfluo, ti educa all’attesa, ti insegna a distinguere ciò che è urgente da ciò che è davvero importante.

E quando torni a terra, ti riconfermi che apprezzi di più il tempo, le attività e le connessioni autentiche. Stare in mare ti costringe ad attraversare te stessa senza distrazioni: la resistenza, la solidità e le privazioni diventano una palestra invisibile dove alleni concentrazione, resilienza e pensiero laterale.

Sono le conseguenze sottili ma potenti della vita di bordo: l’assenza diventa più pesante, la presenza più preziosa; le persone diventano più nitide, le emozioni più oneste. II mare non ti priva: ti allena, e in cambio ti restituisce una forma di forza interiore e centratura che difficilmente si acquisisce altrove.

Le difficoltà del tuo lavoro a bordo? Come ti hanno accolto (conoscendo il tuo ruolo professionale) a bordo?

Le difficoltà nascono principalmente dal fatto che la psicologia non è ancora un elemento naturale nelle routine delle navi.

Quasi nessuno è abituato a pensare alla sostenibilità psicologica come parte integrante del lavoro quotidiano: il mio lavoro è anche trovare un equilibrio tra presenza e discrezione, e la prima difficoltà è stata entrare in un sistema strutturato di gerarchie, ruoli e rituali portando qualcosa che non era mai esistito.

Di fatto, una figura psicologica integrata nella vita di bordo. Ho dovuto conquistare fiducia, far capire che non sono quella che giudica ma quella che ascolta, osserva e traduce dinamiche umane in strumenti operativi.

Il mio è un ruolo trasversale che si interseca con le altre professionalità di bordo senza sovrapporsi, contribuendo alla coesione del sistema nave nel suo insieme. Il valore strategico di una figura professionale come la mia si comprende infatti nel supporto e nella prevenzione dello stress, senza voler sostituire l’autorità ma rendendo più efficiente la comunicazione, più sicure le decisioni e più sostenibile la gestione delle persone.

A questo si aggiunge una sfida ancora più grande: far riconoscere una posizione che formalmente non esiste. Non è semplice dire “non sono qui per occuparmi (solo) del sostegno psicologico ma per portare avanti un’analisi strategica dei comportamenti e trasformare il fattore umano in un asset economico per l’armatore”, quando non c’è una definizione per ciò che sto facendo.

È un lavoro che richiede pazienza, fermezza e credibilità, ma sopratutto visione. È una sfida, ma anche un’opportunità per fare innovazione, e creare un ruolo modellato sulle reali esigenze dell’equipaggio e sull’operatività della nave. Per questo mi definiscono pioniera: perché sto costruendo un percorso nuovo ma che ha un impatto concreto e misurabile sulla vita e sul lavoro quotidiano a bordo.

La curiosità iniziale nei miei confronti e qualche cautela sono virate nel tempo verso collaborazione e rispetto. Oggi il mio ruolo, seppur nuovo, è diventato un riferimento. Il mare ha un linguaggio schietto: parla poco, ma riconosce chi lavora con verità.

Un episodio simpatico ed uno antipatico?

Più che singoli episodi, quello che mi ha colpito sono stati i processi. Uno di quelli simpatici riguarda la lingua e la cultura. Mi sono trovata in un contesto in cui io, veneta, ero chiaramente in minoranza, rispetto a gran parte dell’equipaggio che era campano.

La barriera linguistica non era solo una questione di accento ma di modi di dire, tempi comunicativi e riferimenti culturali. Capire che non erano loro a doversi adattare a me ma io a dover imparare è stato antropologicamente tanto affascinante quanto scoprire nuovi linguaggi, usanze e modalità relazionali. Capire la cultura significa anche capire come le persone lavorano e vivono a bordo.

Uno degli aspetti più antipatici invece, ma proprio per questo più sfidanti, è stato quello di scontrarmi con la mancanza di una cultura psicologica. In un contesto nuovo, dove il valore strategico del fattore umano non era ancora pienamente riconosciuto, è stato necessario spiegare più volte che la psicologia non è solo supporto ma analisi dei comportamenti, misurazione dei processi e miglioramento concreto dei risultati.

Avendo vissuto e lavorato negli Stati Uniti so quanto questo approccio porti valore. Sostenerlo nel tempo richiede tenacia e pazienza, ma è lì che inizia il vero cambiamento. A questo si lega un tema più profondo e delicato: il pregiudizio e la paura di essere giudicati.

In molti contesti, purtroppo, persiste ancora l’idea che confrontarsi con una figura psicologica significhi mettersi in discussione e mostrare fragilità. È una cultura superata, difensiva, che appartiene a un’altra epoca.

Oggi, soprattutto per le figure apicali, il vero rischio non è il confronto, ma evitarlo. In mercati sempre più complessi e competitivi, la capacità di leggere se stessi, i propri comportamenti e l’impatto che hanno sugli altri è ormai una competenza strategica, non una debolezza: continuare a temere il giudizio significa rinunciare a uno strumento fondamentale di leadership e di vantaggio competitivo che non possiamo più permetterci.

Dove sarà Valentina tra 10 anni?

Amo le sfide e l’innovazione. Tra dieci anni mi vedo ancora all’interno del mondo marittimo in un ruolo ormai strutturato e sempre più centrale per la sicurezza e l’efficienza delle organizzazioni navali, come figura di riferimento per compagnie e istituzioni che investono nella qualità della vita a bordo, nella prevenzione del rischio psicosociale e nella formazione trasversale degli equipaggi.

Il mio obiettivo è contribuire a rendere la psicologia una componente strutturale dei sistemi complessi, a partire da quello marittimo, non più come supporto accessorio ma come leva strategica.

Mi vedo operare in modo trasversale tra mondi diversi – trasporti, industria, organizzazioni ad alta complessità – portando la psicologia là dove non si pensa possa incidere. L’innovazione tecnologica dovrà andare di pari passo con la consapevolezza psicologica: non solo dispositivi di sicurezza e logistica, ma persone capaci di decidere, comunicare e reggere la complessità.

Mi immagino ancora impegnata nella ricerca sull’interazione uomo–macchina, nella formazione delle nuove generazioni e nello sviluppo di modelli che dimostrino che investire nel fattore umano è, anche, una scelta economicamente vantaggiosa.

Mi immagino intervenire in modo trasversale anche in altri mondi, aprendo nuovi spazi di applicazione e ricerca. Tra dieci anni vorrei essere riconosciuta come una pioniera, che ha anticipato i tempi ma anche sostenuto le aziende che hanno avuto il coraggio di fare scelte controcorrente a favore di una società solida, sostenibile e profondamente umana.